Mia bella Elvira,

che nei proverbi alberghi la saggezza dei popoli, è cosa nota. Chissà come, quando e da dove, le esperienze di qualcuno si sono dimostrate universali e, di qualcuno in qualcuno, sono assurte a proposizioni spesso di rara sintesi ed efficacia.
Parenti serpenti”, “Il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, “Chi la fa l’aspetti”, “A buon intenditor, poche parole”, potrei andare avanti per pagine e pagine ma ti risparmio la mia cultura in materia.
Vorrei però soffermarmi su alcuni di essi, ad esempio, tanto per cominciare, “Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino”.
Pare che le nostre regioni abbiano sterminate provviste di lardo e intere colonie di gatte praticamente bulimiche. Qualcuna, più furba, continuerà imperterrita a pasteggiare sulle sue quattro zampe intatte, ma qui si entra nell’olimpo dei veri professionisti; altre, oramai monche, dopo aver mangiato per anni e condiviso il pasto con parenti e amici, ora si ritrovano prive di un arto. E in Italia, ormai, abbiamo quintali di zampini.
Sospettavo che il lardo avesse questo perverso potere di non bastare mai; ma si sa, in questi tempi poco edificanti, le gatte obese non si contano e la gola si porta dietro la deriva delle coscienze. Che roba triste, e anche un po’ squallida.

Spostiamoci ora su un altro proverbio, di stampo meno moralistico e più consolatorio: il sempreverde “Sposa bagnata, sposa fortunata”.
In qualità di quasi zia dello sposo (coetaneo del mio figlio maggiore e figlio di carissimi amici), sabato ho presenziato alle nozze. Piccola chiesa di paesello a pochi metri da villa patrizia con immenso parco di grande effetto, alla quale era previsto l’arrivo a piedi degli ospiti dopo la cerimonia. Il pubblico era per lo più formato da distinti signori e le di loro consorti con scarpine di raso più o meno discretamente taccate e cappelli di chiffon. Molti giovani, tutti eleganti. All’orizzonte, nubi nere.
La sposa è entrata in un turbine di vento: prima del sì, le cataratte del cielo hanno deciso di aprirsi e di non chiudersi fino a notte fonda. Erano le quattro del pomeriggio. Ho assistito a scenette davvero amene, perchè non tutti, all’uscita, avevano l’ombrello. (Io sì).
Ho sentito gentildonne strillare come oche, ho visto malcapitati mariti fradici in maniche di camicia perchè la giacca veniva usata per proteggere le chiome e le acconciature delle loro consorti, alcune delle quali hanno raggiunto la villa scalze (sic) per salvare dalla furia dell’acqua le scarpine di canneté strette al cuore. Ho visto ospiti umidi fino a mezzanotte e molte facce lunghe.
Non quelle degli sposi: erano talmente, visibilmente e contagiosamente felici che la pioggia, a loro, faceva un baffo. E meno male.
Conosco spose meno sportive (o forse, meno felici) che avrebbero fatto una tragedia: questa, giunta al ricevimento col lungo strascico di organza bello zuppo, camminando sul pavimento di cotto della villa appena lucidato per l’occasione, ha macchiato di cera rossiccia la coda del suo bel vestito.           Non ha fatto un plissé da tanto era raggiante. Un po’ meno sua madre, santa donna, sulla cui testa aleggiava il fumetto “con quello che mi è costato quell’abito!” e sulla bocca il sorriso a zigzag come Charlie Brown.
Cosa dire? Che il proverbio, per loro più che mai, si riveli veritiero, e fortuna e felicità a questi splendidi sposi.

Concludo con un garrulo tocco, qualche chicca sulle donne.
“Donna nana, grande tana”
“Faccia smorta, coscia forta”
“Donna adorna, esce tardi e tardi torna
“Donna baffuta, sempre piaciuta

E…

“Donna che sa il latino è rara cosa, ma guardati dal prenderla in isposa”.

Capito?  Ecco spiegati i miei due divorzi!
Per fortuna son maliarda. E dici poco.
Con imperituro affetto
tua Grimilde


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