Mia inesprimibile grande Madre, sora Grimilde,

approfitto di una mezz’ora di relativa quiete, mentre il forno occulta lo splendido risultato del mio sforzo nell’impastare, amalgamare, lisciare una miscela con la margarina e lo zucchero perché assomiglino a una torta, e ti sottopongo un dilemma che da giorni turba i miei sonni. Sono diventata sensitiva?

No, non ridere mia amata Grimilde, ho fatti e tempi che dimostrano che la tua eventuale ironia sia riposta male e debba essere frenata. Iniziamo dall’origine.

Ero a cena, giorni fa, con una nuova amica incontrata a una cena. E’ una donna brillante, simpatica, a me affine in tanti lati palesi o occulti del carattere. Mostra cioé, come stai immaginando (lo so), i segni dello squilibrio mentale irreversibile e precoce, ma tale squilibrio è avvolto da una patina di colta simpatia, di soffusa e piacevole capacità di vivere in mezzo alla gente. Mi piace, ecco. Al termine della prima e unica bottiglia di vino rosso, mentre decidevamo su quale dessert rovinare gli intenti salutisti della prima mattina, questa amica, che chiamerò A., si è fatta seria in volto.

– Voglio confidarti una cosa. Mio marito pensa che io porti sfiga.

Ora, mia adorata, prova a metterti nei miei panni: cosa dire a una nuova amica quando dichiara che suo marito (un fascinoso manager tutto d’un pezzo) la ritiene menagrama? Ho temporeggiato, dato un’ulteriore occhiata al menù e proposto la torre di cioccolato imbottita di lamponi freschi (i lamponi, si sa, stemperano la malinconia). Lei ha annuito, pensosa, e aggiunto una crostatina di crema chantilly e fragole (si sa mai che ci resti un pezzo di fame).

– No, sul serio. Dice che porto sfiga perchè mi capita di pensare a gente che poi, subito, muore.

“Evita di pensarmi”, la mente è stata lesta ma la bocca, per fortuna, ha trattenuto le parole. Le ho versato un po’ di acqua.

– Intendo dire che a volte mi arrivano nella testa volti e nomi all’improvviso, gente che magari non vedo da anni. Compaiono senza che ci sia una ragione, li vedo nella mente e non so perchè. Mi chiedo che fine abbiano fatto, o dove siano finiti… Beh, poi qualcuno mi avvisa che la persona che mi è venuta in mente è morta. Ti assicuro che è vero, sembra impossibile ma…

– Ma capita anche a me. Tranquilla, a me è successo di sognare il naufragio del Costa Concordia la notte prima che avvenisse. Ho fatto in tempo a dirlo alla mia psicanalista e a scriverlo sul mio diario, in tempi assolutamente non sospetti perché precedenti al fatto.

Quando le ho risposto così la sua mascella è caduta, con la mano ha rischiato di spiaccicare la torre di cioccolato stritolando i lamponi freschi.

– Anche tu? Ma allora…

Non ha completato la frase. “Ma allora siamo due squilibrate, la prima lettura era quella giusta”: anche in questo caso ho saputo tacere, nonostante il cervello avesse prodotto un commento.

Tra un lampone e una fragola imbevuta di crema la nostra chiacchierata è finita a notte fonda, ci siamo rivelate esperienze segrete che neanche il mago Otelma saprebbe riferire. Poi c’è stata la notte, e dopo la notte i giorni. Fino a ieri.

Nella mia casa puntellata da strutture metalliche e veli per la ristrutturazione stavo scrivendo un articolo per un giornalista che cura un libro. Immersa nei ragionamenti e nell’ansia da prestazione, non divagavo più di tanto. A un certo punto nella mia mente uno squarcio, e il volto di un uomo: più che il volto, in realtà, si trattava di un nome e di una identità perché il volto mi è sempre stato ignoto. Un medico che non ho mai incontrato, piuttosto famoso per la sua bravura ma anche – poveraccio – per una serie di eventi non troppo felici che lo hanno riguardato. Non l’ho mai conosciuto personalmente, non ho avuto motivo per ricordarmi di lui. Eppure è arrivato così, forte e chiaro all’improvviso. Mi sono chiesta “Chissà come sta”, e ho rimesso gli occhi sullo schermo del computer.

Poi, la sera, il TG Regione, dopo una nenia di notizie simil-politiche, mi ha fermato il respiro: il medico di cui ti parlavo è morto.

Mi era arrivato nella mente qualche ora prima senza che ne comprendessi il motivo. Ed era morto.

Vedi, Grimilde, mi astengo dal rendere noto alla mia amica A. questo spiacevole incidente di percorso per due ragioni: sottolineare una comune seminfermità mentale è sempre antipatico e confermare che anche io porto sfiga non mi renderebbe popolare agli occhi del suo integerrimo marito. Suscitare antipatia nei mariti delle amiche non è mai una bella cosa.

Però, Grimilde mia, stavo considerando che guadagnerei di più come fattucchiera che come scrittrice… Cosa ne pensi, mia amata?

Lungamente tua.

Elvira


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