Mia ineffabile Grimilde,

affronteremo oggi un argomento di interesse sociologico assoluto (tanto per cambiare), che prende origine da una delle frasi più frequenti e gettonate nella categoria mamma-over-38 (categoria che comprende tutte le donne che sono madri e hanno compiuto il trentottesimo anno di età).

“Tu non sei madre e non puoi capire”.

Corollario a questa frase, non necessario ma probabile: “Lo so che si dice spesso, ma è proprio così. Se non sei madre non puoi capire”.

Mai incomunicabilità fu più evidente tra due giganteschi gruppi di persone del medesimo sesso: donne madri e donne non madri. Un po’ come la partita scapoli-ammogliati, che di recente ha perso un po’ di smalto perché distinguere scapoli e ammogliati è diventato problematico. Forse potremmo paragonare i due giganteschi e incomunicabili gruppi ad altri due: donne prima della menopausa e donne dopo la menopausa, ma qui mi fermo perché ne tratteremo più avanti.

Insomma, se non sei madre non puoi capire. Vero. Me lo dicevo qualche giorno fa, per esempio. In vacanza breve con il barbuto, giacevo placida a prua della sua barca e osservavo, pigra e rorida di sudore e olio abbronzante, l’allegra famiglia su un natante poco più in là. Madre sulla barca, padre in acqua, figlioletta di anni cinque (circa) in acqua sguazzante, figlioletto di anni (apparenti) due e mezzo sulla barca. A un certo punto il figlioletto, garrulo e lesto, prende il coraggio e salta in acqua. A mezzo metro dal padre e dalla sorellina. Felice, sgambetta e non ha l’accenno di un problema. Salta dentro e basta, nuota. Sorrisi, felicità, quiete. La madre, colta dallo schizzo di mare su una spalla, si accorge del misfatto e inizia a urlare con il terrore nella voce:

–          Aiuto! Aiuto! Guarda, Paolo, prendilo, oddio, aiuto!

Ora, Grimilde, io sarò anche una non mamma ma ti assicuro che se avessi intravisto anche la remota ombra dubitosa di un rischio per il bambino mi sarei gettata tra le onde a dispetto dell’olio abbronzante appena spalmato. Ma il bimbetto era felicemente a galla! Se la cavava magnificamente e aveva a tiro di braccio padre e sorellina. Era al sicuro, aveva solo trovato un modo facile e veloce per nuotare insieme alla famiglia.

–          Aiuto, aiuto, Paolo, ma non lo vedi? Fai qualcosa!

L’ultima –a di “qualcosa” si trascinava per almeno trecento secondi.

Conseguenza ovvia: il frugoletto, atterrito, si è messo a singhiozzare e dubito che avrà più la voglia di imparare a nuotare. Paura indotta dalla madre, dunque, in modo del tutto evidente.

Altro episodio, e anche qui il mare ha un ruolo (che sia il catalizzatore di eventi significativi a livello sociologico?), mi ha spinta a riflessione un paio di giorni fa. Pontile di un porto turistico: due o tre bambini aggrappati a un paio di canne da pesca tirano su pesci rantolanti che buttano poi a morire sul pontile. I padri, fieri, incitano la prole a sviluppare l’animo del cacciatore, e ai pesci morti neanche la dignità della padella: buttati via. Grimilde mia, ribadisco di non essere madre, ma questa formazione dei figli al pescicidio senza uno scopo, questo incitare al depauperamento della fauna solo per dimostrare di essere in gamba mi sconvolge. Non è pesca sportiva, non è autosostentamento, è massacro inutile e per niente educativo. Eppure mezzo pontile applaudiva e osservava i piccoli sterminatori con l’occhio lucido della fierezza.

Ebbene, questi e altri piccoli o grandi episodi mi hanno portata a comprendere. E’ vero, chi non è madre non può capire. Deve esistere qualche segreto che si svela dopo il parto o l’adozione. E quel segreto mi sfugge. Che vuoi fare, Grimilde mia, dovrò rassegnarmi all’ignoranza.

Tua,

Elvira


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